Parlando di mio nonno, il padre di mia madre, posso dire che era un uomo molto distinto. Si dice fosse figlio di un nobile e di una donna presa a servizio. Ma non è stato riconosciuto. Portava il nome di lei, si chiamava Ugo Campanella, l'ho incontrato poche volte nella mia vita,

è morto quando ero ancora bambina, forse avevo otto o nove anni. Lui sessantatre. Da giovane si è sposato con mia nonna ma dopo pochi mesi è partito per la guerra. Quando mia mamma è nata lui non c'era. Già si trovava nel caldo torrido della campagna d'Africa, a testimoniare crudeltà inaudite. Poi ha affrontato il gelo della campagna di Russia, da cui molti suoi compagni non sono tornati. Nessuno sa cosa hanno visto i suoi occhi. Nessuno sa cosa ha subito la sua mente. Perché non lo ha mai voluto raccontare, quando è tornato. Era un uomo molto riservato e dignitoso.

Ma quello che tutti sapevano e dicevano con grande facilità era che non aveva tanta voglia di lavorare, non si adattava a nessun lavoro, non amava stare sotto padrone. E così la nonna, ormai abituata a cavarsela da sola, non lo ha più voluto in casa. Si sono separati. Nessuno di loro due si è più sposato. Io non so bene dove vivesse mio nonno, né cosa facesse per campare. Non sono mai stata a casa sua. Veniva a trovare sua figlia, mia madre, una volta all'anno per poche ore. Era vestito bene e parlava in modo forbito. Mi salutava con affetto. Non dava l'idea di essere una persona trascurata, ma una persona sola, quello sì.

Quando è morto, mia madre ha organizzato il suo funerale. Non c'era nessuno. A dieci anni dalla sua morte, dovevano spostare la sua urna, ma per una formalità burocratica del cimitero, ha perso il suo posto e da allora nessuno sa più dove sia finito. Scrivo qui la sua storia per rendergli giustizia.