Quando ero bambina vivevo a Cortina, mentre tutti i parenti ovvero le nonne, gli zii e i cugini vivevano a Ferrara. Dei due nonni, uno era morto il giorno della liberazione nel 1945 lasciando una moglie e sette figli, tra cui mio padre. L'altro era una figura stranissima.

Viveva da solo, non sapevo bene dove, di certo lontano. Compariva forse una volta all'anno, senza preavviso, verso sera. Suonava il campanello, mia madre lo faceva accomodare in salotto, con grande distacco e formalità.

Parlavano brevemente tenendosi a debita distanza. Poi lui salutava noi ragazzi, ci donava il sacchetto di caramelle e cioccolatini acquistato al negozio della Perugina nel centro di Cortina, e si congedava con una certa malinconia, inghiottito dal buio della montagna. Ogni anno lo stesso rituale.

Una volta però, nello stesso giorno in cui era venuto a trovarci, anche nonna si trovava a casa. Ricordo la mia gioia, ricordo di essermi offerta di andare subito a chiamarla perché anche lei lo salutasse. E poi in sequenza ricordo l'occhiata gelida di mia madre e il suo comando secco di non farlo, anzi di non dirle niente, non doveva sapere. Incredula, mi mancava l'aria.

Che sgomento, che dolore. Perché? E' così che ho imparato, a sei anni, che i nonni erano separati. Lei non ha mai saputo di quella visita, né ha mai più visto il suo ex marito.